Borgo Chiappini: storia, recupero e vita di una zona di montagna

Borgo Chiappini, vicino ad Arina: la storia del borgo, gli antichi mestieri, le rele, le case parlanti e il recupero iniziato con i Paor.

by Stefania

Una domenica a Contrada Chiappini

Sono arrivata a Contrada Chiappini, nel territorio di Lamon, in una calda domenica di agosto.

La giornata era dedicata a “Una strada per Chiappini”, un’iniziativa a offerta libera organizzata per raccogliere fondi destinati alla cura della via d’accesso al borgo. Il ricavato servirà agli abitanti per coprire parte delle spese necessarie alla manutenzione e alla messa in sicurezza della strada.

Sono partita quindi con un motivo molto concreto: conoscere Chiappini e partecipare a una giornata organizzata per sostenere il borgo.

Poi, camminando tra le case, ho scoperto che dietro quella strada c’era molto altro da raccontare.

C’erano la storia degli abitanti che hanno vissuto qui, il lavoro nei boschi, i piccoli terrazzamenti ricavati sul versante, il progressivo spopolamento e, molti anni dopo, l’arrivo di persone provenienti dalla pianura che hanno scelto di recuperare queste case.

E c’erano gli abitanti di oggi, pronti ad aprire i cortili e a raccontare il luogo.

Dove si trova Borgo Chiappini

Borgo Chiappini si trova nel Comune di Lamon, in provincia di Belluno, nella zona di Arina, quasi al confine tra Veneto e Trentino.

La contrada si trova a circa 930-935 metri di altitudine, su un versante piuttosto ripido che scende verso la valle del torrente Valpora.

Di fronte, oltre la valle, si vedono Cima Campo e Cima Lan.

La posizione delle case è una delle prime cose che si notano arrivando. Chiappini è infatti un esempio di insediamento montano sviluppato lungo il versante: le abitazioni seguono le curve del terreno e si dispongono in modo da sfruttare gli spazi disponibili senza sacrificare inutilmente le poche superfici che potevano essere coltivate.

La contrada si sviluppa tra due dossi. Arrivando da valle, dalla zona di Arina e Col Sec, si distinguono soprattutto le prime e le ultime abitazioni. Dalla parte opposta, scendendo da Cavalea, prima si incontra il versante e poi le case, raccolte in piccoli gruppi.

Tra le abitazioni in pietra restaurate c’è anche una piccola cappella con campanile.

Ma per capire Chiappini bisogna guardare anche sotto le case, verso il terreno, e dentro la storia del bosco.

Perché si chiama Chiappini?

C’è una parola che aiuta a capire l’origine del nome della contrada: ciapin.

Secondo la tradizione locale, Chiappini deriva proprio da questo antico attrezzo utilizzato per trascinare il legname.

Il nome porta quindi con sé un riferimento al lavoro nei boschi, che per gli abitanti di questa parte di montagna ha rappresentato per molto tempo una risorsa importante.

E quando si conosce la storia degli antichi mestieri della zona, il collegamento diventa ancora più interessante.

Il lavoro nei boschi e il trasporto del legname

Per gli abitanti delle zone limitrofe di Arina una delle risorse principali era la foresta della Pezza.

Il legname veniva utilizzato per diversi scopi e una parte entrava in un sistema di trasporto che collegava le zone montane con i corsi d’acqua diretti verso valle.

I tronchi venivano trasportati fino al Senaiga, poi al Cismon e infine al Brenta, dove venivano utilizzati anche per la costruzione delle zattere.

Ma far scendere il legname lungo i torrenti non era così semplice.

La Valpora, infatti, aveva una portata stagionale limitata. Per riuscire a sfruttare l’acqua nel momento necessario venivano costruiti dei bacini artificiali chiamati stue, realizzati in muratura e legno.

Il loro funzionamento era piuttosto ingegnoso: una porta rimaneva chiusa dall’interno mentre l’altra poteva aprirsi verso valle, liberando l’acqua accumulata e creando la forza necessaria per far scendere il legname.

A monte del vecchio acquedotto di Arina sono ancora visibili due di queste strutture. La più grande raggiungeva circa 4,30 metri di altezza. Entrambe riportano la data 1898 e le lettere L.C.

Erano strutture fondamentali per un’attività che richiedeva grande esperienza.

Gli uomini addetti al trasporto del legname lungo il torrente, erano chiamati menadàs, dovevano seguire il comportamento dell’acqua e dei tronchi e intervenire nei punti in cui il legname non procedeva correttamente.

Il lavoro iniziava molto prima del trasporto, il taglio delle piante avveniva durante l’estate. I tronchi venivano preparati e, durante l’inverno, neve e ghiaccio potevano facilitare il loro spostamento. Nei tratti più difficili venivano realizzate le risine, canali in legno o pietra che permettevano di superare alcuni punti del percorso.

Poi, con l’arrivo della primavera e l’aumento delle precipitazioni, il legname poteva essere fatto scendere lungo i corsi d’acqua. Un sistema complesso, nato dalla necessità di sfruttare quello che la montagna metteva a disposizione.

Questo fino alla prima guerra mondiale, poi questa pratica diventò progressivamente meno conveniente. Le nuove strade, i mezzi meccanici e le teleferiche cambiarono il modo di trasportare il legname.

Le rele: quando anche il terreno più ripido diventava coltivabile

Un’altra cosa che mi ha colpito osservando Chiappini è il modo in cui il terreno è stato trasformato per poter essere utilizzato.

I versanti erano sostenuti da muri a secco, costruiti con le pietre disponibili sul posto. Seguendo le curve di livello, questi muri formavano piccoli terrazzamenti chiamati rele.

Qui c’erano piccole coltivazioni, per lo più per la sussistenza degli abitanti del luogo. Erano superfici piccole, ma fondamentali per un’economia basata in gran parte sulle risorse disponibili localmente.

Oggi camminiamo accanto a questi muri e li vediamo come una parte del paesaggio. Per chi abitava qui rappresentavano invece ore di lavoro e una possibilità concreta di ricavare cibo da un versante dove coltivare non era semplice.

Lo spopolamento del borgo

Per molto tempo Chiappini è stata una contrada abitata stabilmente. Le case erano collegate ai campi, al bosco e ai sentieri. La vita seguiva i ritmi delle stagioni e richiedeva un lavoro continuo.

Poi qualcosa è cambiato.

Come in molte altre zone montane, anche qui lo spopolamento ha portato gli abitanti a trasferirsi verso valle o a partire. Le difficoltà quotidiane erano tante e la montagna offriva sempre meno opportunità rispetto ai centri abitati. Chiappini ha iniziato così a vivere probabilmente durante i mesi estivi, quando tornavano gli emigranti per le vacanze.

Ma poco a poco il borgo si è svuotato, le case sono rimaste chiuse e Chiappini è diventato quasi un luogo dimenticato, sospeso tra i boschi e la montagna.

I Paor e la rinascita di Chiappini

Il termine Paor compare nei pannelli che raccontano la storia recente della contrada.

Oltre 35 anni fa arrivarono a Chiappini le prime persone provenienti dalla pianura, dalle province di Venezia, Treviso e Padova. Tra loro c’è Claudia Servile, che ho avuto modo di incontrare durante la giornata. La sua storia mi è rimasta particolarmente impressa perché racconta un cambiamento che non era stato programmato nei minimi dettagli. Un po’ il caso e un po’ la necessità di staccare dalla vita di città l’hanno portata dalla pianura a Chiappini. Qui ha trovato una realtà completamente diversa. Ha conosciuto gli ultimi abitanti locali, ha iniziato a scoprire la storia del borgo e, insieme ad altre persone arrivate negli stessi anni, ha contribuito al recupero delle vecchie abitazioni.

Non è stato un recupero fatto per cancellare ciò che c’era prima.

L’idea era mantenere le caratteristiche del luogo, recuperare le case e riportare vita nella contrada. All’inizio soprattutto durante l’estate. Poi, circa 25 anni fa, sono arrivati altri Paor, alcuni per caso e altri grazie al passaparola.

Il desiderio è diventato quello di far rinascere il borgo e viverlo tutto l’anno.

Le case di Chiappini raccontano la sua storia

Oggi camminando a Chiappini si vedono case in pietra recuperate, cortili curati e piccoli angoli che conservano l’impronta della vecchia contrada. Durante la giornata di “Una strada per Chiappini” i cortili erano aperti ai visitatori. Ci si poteva fermare ad ammirare le abitazioni e a conoscere quello che gli abitanti avevano preparato e prodotto.

È stato un modo semplice per entrare un po’ nella vita del borgo. Non c’erano soltanto edifici da fotografare. C’erano persone che abitano questi luoghi e che, per una giornata, hanno condiviso con chi arrivava una parte del loro lavoro e della loro quotidianità.

Chiappini, il borgo delle case parlanti

Tra una casa e l’altra c’è poi un dettaglio che non passa inosservato.

Su alcune pareti sono state scritte frasi, versi e pensieri dedicati alla natura e alla vita in montagna. Da qui il nome di “borgo delle case parlanti”.

Sono parole che si incontrano durante la passeggiata. Non bisogna cercarle su una mappa: basta guardarsi intorno.

Mi piace questo aspetto perché aggiunge qualcosa alla visita senza cambiare la natura del borgo. Le scritte fanno parte delle case e diventano una piccola sorpresa per chi passa.

Una strada per Chiappini

Ed eccoci tornati al motivo per cui sono arrivata qui quella domenica di agosto.

“Una strada per Chiappini” era una giornata a offerta libera nata con un obiettivo preciso: raccogliere fondi per aiutare gli abitanti a sostenere le spese necessarie per prendersi cura della strada di accesso alla contrada.

Potrebbe sembrare un tema molto pratico, quasi lontano dalla storia del borgo. n realtà è parte della sua storia attuale. Perché recuperare una casa è una cosa. Continuare a vivere un borgo di montagna è un’altra.

Servono collegamenti, manutenzione e attenzione costante al territorio.

Uno dei pannelli racconta proprio com’era la strada in passato: dal piazzale iniziava un sentiero di sassi e sterrato, senza scarichi e sottoservizi. Con la pioggia l’acqua scendeva lungo il percorso trasformandolo in un vero e proprio ruscello.

Oggi le esigenze sono cambiate, ma il problema di fondo rimane: una contrada può continuare a vivere solo se è possibile raggiungerla e prendersene cura.

Cosa vedere a Contrada Chiappini

Chi arriva a Chiappini non deve aspettarsi una visita fatta di grandi monumenti.

Qui sono i dettagli a raccontare il luogo.

Di solito elenco le varie cose da vedere e visitare ma qui il mio consiglio è di non avere troppa fretta, di perdersi con lo sguardo verso i pendii, di parlare con i suoi abitanti che hanno voglia di raccontare del luogo e raccontarsi a loro volta.

Chiappini si capisce camminando.

Visitare Chiappini a piedi

La contrada può essere inserita in un percorso più ampio attraverso le borgate della zona di Arina, passando per Arina, Piloni, Col Sec, Chiappini, Cavalea e Toffoli. È un modo interessante per conoscere il territorio perché permette di vedere Chiappini nel suo contesto, tra boschi, versanti e altre piccole contrade. Arrivando a piedi si percepisce anche meglio il rapporto tra le abitazioni e il terreno.

Prima si attraversa la montagna.

Poi compaiono le case.

Chiappini oggi

Quando sono arrivata a Chiappini pensavo di partecipare a una giornata dedicata alla raccolta fondi per una strada.

Invece ho incontrato la storia di un borgo.

Ho scoperto un luogo dove il nome stesso sembra conservare il ricordo del lavoro nel bosco, dove i muri a secco raccontano la quotidianità di un tempo e le stue ricordano il complesso sistema utilizzato per trasportare il legname verso valle.

Ho ascoltato la storia di Claudia, arrivata dalla pianura tanti anni fa quasi per caso e con il desiderio di allontanarsi, almeno per un po’, dalla vita di città. Ho visto le case restaurate e i cortili aperti durante la giornata. E ho capito che oggi la storia di Chiappini non riguarda soltanto ciò che è stato.

Riguarda anche quello che gli abitanti stanno cercando di mantenere.La strada è una parte di questo lavoro. Le case sono un’altra.

E poi ci sono le persone.

Quelle che qui hanno vissuto, quelle che sono arrivate da fuori e quelle che ancora oggi scelgono di tornare, abitare e prendersi cura di questo piccolo angolo di montagna nel territorio di Lamon.

Forse è proprio qui che sta la storia più interessante di Chiappini: non è un borgo rimasto fermo nel passato. È un luogo che sta ancora cercando il suo modo di continuare a vivere. E questa ricerca inizia a dare dei bellissimi frutti.

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